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venerdì 31 agosto 2007

D'Alema: "Il Pd polizza vita del governo"

Il Pd deve rinnovare la classe dirigente, ma non è una palingenesi, né un´occasione per fare piazza pulita della politica italiana. Non si tratta di spazzare via qualcosa, ma di costruire un nuovo soggetto, a partire da quella generazione di trentenni e quarantenni che hanno voluto il partito democratico e che in gran parte del Paese sono già protagonisti della vita politica. Avranno il diritto di costruirlo, il nuovo partito, o si devono far da parte perché lo dice un anziano professore che crede di parlare a nome della società civile?

Da "La Repubblica", 30 agosto 2007

ROMA - «Basta con le polemiche e i sospetti. Qui non c´è nessuna trama segreta. Non sono in vista né cambi di maggioranza né elezioni anticipate. Veltroni sta facendo bene il suo lavoro e il Partito democratico è la vera polizza vita di questo governo, che a questo punto durerà fino alla fine della legislatura». Reduce dalla sua solita vacanza in barca, Massimo D´Alema torna in campo per rassicurare Prodi, spronare Veltroni, rimproverare gli altri candidati leader del Pd, e rilanciare la sfida d´autunno, a partire dalla legge elettorale: «Il modello tedesco va bene - dice il ministro degli Esteri, raccogliendo un dubbio di Veltroni - e lo si può anche rafforzare introducendo l´obbligo di indicare le alleanze prima del voto, e non dopo».


Ministro D´Alema, ci risiamo. A un mese e mezzo dalla costituente del Pd avete già ricominciato tutti a litigare come le comari di Windsor.
«Io ho preferito star fuori dalle polemiche. Mi dà fastidio il chiacchiericcio estivo, questo è il periodo in cui la politica dà il peggio di sé. Il caldo spinge i politici a dire cose improbabili, talvolta insensate. I giornali, in assenza di notizie, le enfatizzano. Tutto questo produce dibattiti sudaticci. Buona regola è starne fuori...».

Ma ora qualcosa dovrà pur dirla. Il quadro d´insieme del paese non le sembra alquanto sconfortante?
«Il quadro d´insieme dimostra soprattutto una cosa: non c´è una maggioranza in crisi e un´opposizione che incalza. Quella era un´immagine propagandistica, che oggi dimostra in modo clamoroso la sua insussistenza. La verità è che c´è un paese in difficoltà, non solo la sua politica. L´ondata "anti", molto cavalcata dai media e da parte della borghesia italiana, va mostrando la sua inconsistenza. Ma ci sono anche segnali di ripresa e volontà di rinascita. Sul piano politico, il Pd si conferma come la vera grande novità italiana, che riapre il dibattito sui nodi di fondo del nostro paese. Emerge con forza il grande valore di questo progetto, man mano che si avvicina il 14 ottobre. La costituente, rafforzata dalla discesa in campo di Veltroni, ha innescato reazioni a catena in tutto il sistema. La destra spinge verso un confronto sul suo rinnovamento, o addirittura sulla nascita di un nuovo partito. E anche la sinistra radicale si pone domande su possibili future aggregazioni».

Ma questa campagna per la leadership non le sembra una rissa tra correnti, tipo vecchia Democrazia cristiana?
«Io auspico che di qui al 14 ottobre il confronto, anziché inasprirsi con cadute di tono e sospetti, ritrovi lo spessore di un progetto per il futuro del paese e per il destino del riformismo in Europa. C´è stata una esasperazione eccessiva del conflitto. Io capisco che i competitori che si confrontano con Walter abbiano un di più di aggressività, per cercare di conquistare il campo, magari anche per l´eccesso di zelo di qualche sostenitore...».

Ce l´ha con Rosy Bindi?
«Non scendo nei dettagli. Mi limito a constatare che è preferibile concentrarsi più sui progetti futuri e meno sulle polemiche spicciole. A tutti i candidati, comunque, io ricordo che non stiamo facendo una campagna elettorale per le elezioni politiche. Eleggiamo il leader di un partito in cui saremo tutti insieme. Un partito che avrà certamente un carattere pluralistico. Io non apprezzo gli aspetti deteriori del correntismo, ma come tutti i partiti coalizionali del mondo anche il Partito democratico avrà una pluralità di protagonisti e di voci. Qui nessuno ha in mente il modello del vecchio Partito comunista italiano, con il centralismo democratico e tutto il resto, questo sia chiaro».

Su quali temi di fondo si dovrebbe allora concentrare il dibattito, secondo lei?
«Intanto io vedo un fronte internazionale che ci sollecita riflessioni e risposte. In Europa c´è il riemergere degli Stati-nazione, e soprattutto torna forte la Francia, che in rapporto con la Gran Bretagna e la Germania rischia di costituire una sorta di direttorio europeo...».

Magari questa è colpa della sua politica estera?
«No, al contrario. Dal Libano in poi, l´Italia è tornata ad essere protagonista su molti scenari. Semmai il problema è un altro: qui si riflette la debolezza oggettiva del paese e la fragile coesione nazionale persino sulle grandi scelte di politica estera. Dal Medio Oriente ai Balcani, il Partito democratico deve dare un suo contributo. Poi c´è l´allargamento del campo riformista europeo. Qui il tema non è cercare i nostri amici in giro per l´Europa, ma come questo progetto italiano interferisce con il campo socialista, quello liberaldemocratico e quello ambientalista. Per noi non è importante avere il "club ulivista" in Europa, di questo i candidati al Pd devono tener conto. La via maestra resta la collocazione in un rinnovato fronte riformista, che si può reinventare solo coinvolgendo il campo del socialismo europeo».

A parte l´Europa, non le sembrano più urgenti le tante emergenze italiane?
«Per sciogliere i nodi della crisi italiana urgono scelte coraggiose. La prima urgenza mi sembra la legge elettorale. Spero che il dibattito sia liberato da logiche strumentali. Non è vero che chi vuole il sistema tedesco vuole anche cambiare alleanze».

Qualche sospetto c´è, visto che avete sostenuto per anni il modello francese.
«Vede, il tema vero è come dare più forza al sistema politico-istituzionale, liberandolo dal giogo dei ricatti e dei veti incrociati, e poi come dare più forza e più stabilità ai governi».

Questo ormai lo sostengono tutti...
«Non sarei così sicuro. C´è una corrente forte della società e dell´economia italiana che, al di là delle chiacchiere sulla cultura liberale, vuole in realtà un politica debole e sotto ricatto, per manovrarla a proprio piacimento. Comunque, in campo ci sono due proposte ragionevoli. La prima è il sistema tedesco, la forza del cancellierato, i grandi partiti, la riduzione della frammentazione, le soglie di sbarramento. Volendo, nulla impedisce di rafforzarlo ancora di più con l´obbligo di apparentamenti preventivi e non successivi al voto politico. La seconda proposta è il modello francese, che vuol dire semi-presidenzialismo, doppio turno uninominale e maggioranze fortemente coese».

E qual è il migliore?
«Stabiliamolo insieme. Ma quello che dobbiamo evitare, è di imbarcarci nei soliti pasticci, nei soliti compromessi all´italiana. Ci vuole coraggio. Che c´è di male se il Partito democratico diventa il motore di un rinnovamento del sistema politico che riduce la frammentazione e stabilizza una volta per tutte il bipolarismo?».

Niente di male. Ma bisogna vedere se questo si traduce in cambi di maggioranza...
«La scelta delle alleanze non dipende dalla legge elettorale, ma dalla capacità di costruire un accordo politico e programmatico. Anche col sistema tedesco si può fare un accordo con Rifondazione comunista. Io non voglio ribaltare certo le alleanze. Ma questo paese deve essere governato. Il Pd ha giustamente questa vocazione maggioritaria. A questo punto anche la sinistra radicale deve vivere il Pd come una sfida, e spero che Rifondazione si dimostri all´altezza. La cosa riguarda loro, e non c´entrano niente le presunte "intenzioni malevole" di Rutelli, Veltroni o altri».

Lei non vede rischi di nuova instabilità per il governo?
«No. Come avevo previsto, si viene chiarendo che la costituente del Pd è fattore di stabilizzazione del governo, e non certo il suo contrario. Il resto sono alchimie da retrobottega».

Quindi durerete fino a fine legislatura?
«Direi proprio di sì. Ma per questo dobbiamo concentrarci sul prosieguo della legislatura, che è lunga. Dopo aver affrontato con successo l´emergenze ereditate, ora dobbiamo superare l´angoscia del momento: non si procede pensando che tra un mese il governo va a casa perché c´è una crisi. Serve un pensiero lungo, non la nevrosi dei prossimi quindici giorni».

D´accordo. Ma ora che deve fare il governo, di qui alla fine della legislatura?«Prima di tutto, dobbiamo impostare riduzioni fiscali a vantaggio del lavoro e della competitività. Ma per farlo dobbiamo portare avanti anche la lotta all´evasione fiscale. Ed è mortificante per il paese che, mentre noi diciamo questo, la destra discute invece su come organizzare l´eversione».

E le richieste di Confindustria? E Montezemolo, che continua a parlare di fisco come emergenza nazionale?
«Lo scambio proposto da Confindustria mi pare ragionevole: meno incentivi, meno fisco. Poi c´è la questione della semplificazione dei processi decisionali. E su questo Montezemolo ha perfettamente ragione: la capacità di decisione del sistema politico è intollerabilmente farraginosa, troppo imperniata intorno al processo legislativo. Qui siamo al paradosso che dobbiamo fare una legge anche per far cominciare l´anno scolastico. Insomma, quello che io chiedo al Pd e ai suoi leader è di tornare ad un dibattito sulle grandi questioni di fondo».

Eppure Rifondazione comunista resta in allerta. Davvero non c´è un progetto per sostituirli con l´Udc?
«Senta, ho il cattivo vizio di considerare i numeri, innanzitutto. Con l´Udc e senza Rifondazione comunista non c´è un cambio di maggioranza, semplicemente non c´è più maggioranza. E poi vorrei ricordare che noi governiamo con un vincolo sottoscritto con gli elettori. Persino più forte di quello che avevamo in passato. Poi che dalla crisi del centrodestra possa venir fuori dal centrodestra una forza moderata che guarda al campo politico in modo più libero, questo è un altro discorso. Ma non c´entra niente con operazioni fatte alle spalle degli elettori».

Perché Veltroni ha sentito il bisogno di dire che non andrà a Palazzo Chigi senza il sigillo di un voto popolare? Perché è dovuto andare da Prodi a rassicurarlo?
«Veltroni ha pronunciato parole estremamente giuste e sensate. Il suo discorso sgombra il campo dalle interpretazioni che legano il Partito democratico a operazioni di caduta del governo».

Ma non tutti gli hanno creduto. Guardi Parisi… Non è che avete in mente un altro ribaltone tipo 1998?
«Il 1998 fu tutta un´altra storia. Intanto non facemmo certo noi cadere il governo ma fu Bertinotti. E poi allora non si potevano fare le elezioni anticipate, anche perché eravamo alla vigilia della guerra in Kosovo. Le parole di Veltroni non significano poi che se cade il governo non se ne possa fare un altro. E comunque io insisto: in questo momento il contributo forte del Pd è alla stabilità del governo. Questo mi sembra l´aspetto più importante che anche le frasi di Walter hanno confermato».

A un passo dalla costituente di ottobre, non resta alta l´impressione di una costruzione verticistica?
«E´ un rischio dal quale ci si deve guardare. Il Pd deve rinnovare la classe dirigente, ma non è una palingenesi, né un´occasione per fare piazza pulita della politica italiana. Non si tratta di spazzare via qualcosa, ma di costruire un nuovo soggetto, a partire da quella generazione di trentenni e quarantenni che hanno voluto il partito democratico e che in gran parte del Paese sono già protagonisti della vita politica. Avranno il diritto di costruirlo, il nuovo partito, o si devono far da parte perché lo dice un anziano professore che crede di parlare a nome della società civile?».

Finora secondo lei Veltroni ha lavorato bene come prossimo leader del Partito democratico?
«Ero e sono sempre più convinto che Walter fosse la personalità che meglio era in grado di fare innovazione senza invenzione. Di rinnovare il nostro sistema politico senza snaturarci e sradicarci dalle nostre tradizioni culturali. E´ una sfida anche per lui. Deve fare la sua partita politica, e a me pare che la stia giocando molto bene».

venerdì 20 luglio 2007

D'Alema lunedì 23 luglio a Firenze


MASSIMO D'ALEMA
ALLA FESTA REGIONALE
DE L'UNITA'
DI FIRENZE

Lunedì 23 luglio 2007
Fortezza da Basso - Firenze
Ore 21 - Palco centrale
Incontro con MASSIMO D'ALEMA,
Andrea Manciulli, Leonardo Domenici, Andrea Barducci

Visita
www.dstoscana.it
Comunicati, documenti, iniziaitive e novità
dei Democratici di sinistra della Toscana

sabato 9 giugno 2007

Basta sinistra di lotta e di governo, quel mito andava bene per Togliatti

Il ministro degli Esteri attacca l'opposizione: dissennato parlare di Italietta. Poi avverte Prc, Pdci e Verdi

D'Alema: la gente vuole un Paese che cresce, è stufa dei casini...
di MASSIMO GIANNINI

ROMA - Lezioni americane. Ora che Bush ha lasciato l'Italia, si può azzardare un bilancio di questa visita che era insieme attesa e temuta, per ragioni uguali e contrarie, dalla maggioranza e dall'opposizione. Massimo D'Alema ne vede almeno due, di insegnamenti possibili. Il primo riguarda questa dissociata "sinistra a due piazze" vista all'opera per le strade di Roma: "Il ciclo dei partiti di lotta e di governo è finito, la gente non li capisce, non li apprezza più".

Il secondo riguarda questa dissennata "destra a più voci", vista all'opera nei comizi elettorali e negli studi tv: "Parlare di Italietta e scommettere sempre sul peggio, con il solo scopo di dare la famosa spallata al governo, è un gioco sciocco e irresponsabile, non paga più".

Il ministro degli Esteri è alla vigilia della sua partenza per la Turchia. Ma non si sottrae a una riflessione politica, sulla "due giorni" italiana del presidente degli Stati Uniti. "Il vertice è andato molto bene - osserva - loro hanno capito e apprezzato le nostre posizioni. Vede, gli Stati Uniti sono in una fase piuttosto difficile. Hanno bisogno di alleati sinceri come l'Italia...".

Gli Usa escono da una lunga fase nella quale hanno dettato la loro nuova dottrina "teo-con" al pianeta. L'idea di "esportare la democrazia", per quanto discutibile e velleitaria, è stata al centro del dibattito internazionale e della strategia americana di questi anni. Ma i frutti di quella semina non si vedono. Bush lo ha capito. E per questo cerca una via d'uscita. E cerca alleati con i quali discutere.

L'Italia, oggi, gioca esattamente questo ruolo: "L'America è un grande Paese - osserva D'Alema - e Bush ha capito perfettamente che il nostro governo è leale, ma certo meno allineato del precedente. Ma ha capito anche che oggi possiamo offrirgli due asset che il governo Berlusconi non aveva. Il primo: noi siamo oggettivamente più forti in Europa. Il secondo: noi siamo oggettivamente più credibili nel mondo arabo".

Da qui, per il ministro degli Esteri, arrivano i riconoscimenti pubblici che il presidente americano ha tributato a Prodi. Sull'Afghanistan, sul Libano, persino sull'Iran e sulla Siria. "Con Washington siamo riusciti a costruire un rapporto più indipendente e più libero, rispetto al passato. Questo scandalizza i "camerieri locali", ma non certo gli americani". In questo lavoro di ricucitura, secondo D'Alema, non è stato d'intralcio il ritiro italiano dall'Iraq, e meno che mai il limitato contributo italiano alla missione in Afghanistan.

"Cambiamento delle regole d'ingaggio, caveat da rimuovere: sono tutte invenzioni della stampa italiana - taglia corto D'Alema - visto che loro rispettano la sovranità nazionale e queste cose non ce le hanno mai chieste. Sono i primi a sapere che proprio noi diamo il contributo maggiore al peacekeeping, e in Afghanistan abbiamo il doppio dei soldati della Francia. Per questo ci hanno ringraziato".

Lo stesso ringraziamento è arrivato per il Medioriente. "L'unico punto di difficoltà - riconosce il ministro degli Esteri - lo abbiamo tuttora sull'Iran. L'Amministrazione americana resta ferma sulla linea delle sanzioni, e pone come pre-condizione irrinunciabile per la riapertura di un dialogo quella di fermare le sperimentazioni sull'uranio. La nostra posizione è meno rigida: anche noi siamo per mantenere le sanzioni, ma siamo al tempo stesso favorevoli all'idea di aprire un negoziato che serva a fermare una spirale pericolosa".

Tuttavia, secondo il resoconto del vicepremier, anche il delicatissimo dossier su Teheran, durante gli incontri di Roma è stato affrontato dall'uomo della Casa Bianca senza pretese egemoniche e senza toni ideologici. "L'America è un grande Paese", è il leit-motiv del capo della Farnesina. E Bush, nonostante le critiche che gli si possono muovere, è un politico vero. "Anche il modo in cui ha affrontato la questione dell'incontro con Berlusconi è stato esemplare", commenta D'Alema. "L'ha gestita con grande correttezza, consultandosi prima con Prodi, chiedendo se quell'incontro avesse rappresentato un problema. E poi l'ha affrontato con modalità discrete e niente affatto "invasive". E' stato un gesto di grande attenzione politica. Un segnale di fair play, che ho molto apprezzato".

A rovinare il "presepe" fin troppo idilliaco raccontato da D'Alema, tuttavia, hanno provveduto due diversi radicalismi. Da un lato i cortei della sinistra, dall'altro lato gli anatemi della destra. E qui siamo alle "lezioni americane", che il vicepremier prova a trarre da questo weekend italiano.

"Alla destra che ha strepitato e a ha parlato di Italietta c'è poco da dire. Hanno perso, perché hanno scommesso tutto sulla drammatizzazione, che poi invece non c'è stata, per lo meno non nelle forme catastrofiche che qualcuno aveva ipotizzato. Questo è motivo di profonda amarezza: c'è una destra che scommette sempre sul peggio, e un'opposizione del genere non esiste in nessun Paese del mondo. E' evidente l'assillo esistenziale di Berlusconi, che ha fretta di far cadere il governo perché vuole tornare al più presto a votare. Ma non capisce che sulla piattaforma esclusiva delle elezioni anticipate non si mobilitano né gli italiani, né i suoi stessi alleati?".

Ma l'altra lezione americana, forse quella più importante, riguarda la sinistra. "Il vero evento di questo fine settimana - sostiene D'Alema - è stato il fallimento del corteo della sinistra radicale. Io l'avevo detto: se avete delle critiche da muovere a Bush, c'è già un governo che se ne assume la responsabilità, e che gliele esprime apertamente. A cosa serve l'inutile rito della piazza?".

Ora la disperata "sinistra a due piazze" deve riflettere. "Io spero che Rifondazione, il Pdci, i Verdi, traggano il giusto insegnamento da quello che è accaduto. Loro si devono rendere conto che il giochino che chi sta al governo poi va anche a fare i cortei per la strada non funziona più. L'opinione pubblica non lo capisce, e quindi non lo approva".

Ma questo, va da sé, per partiti che hanno fatto del "movimento" la loro ragion d'essere significa quasi rinnegare una tradizione politica. "Parliamoci chiaro: il "partito di lotta e di governo" non è e non può più essere attuale. Quella è stata un'idea geniale di Palmiro Togliatti: sapendo bene che il Pci non sarebbe mai andato al governo, aveva coniato la formula per tenercelo agganciato, evitando che gli sfuggisse per la via dell'estremismo. Oggi quella stagione è morta e sepolta. Oggi noi ci stiamo, al governo. E allora abbiamo solo un dovere: governare, e non scendere in piazza".

Il paradosso, nelle condizioni date e con il rischio che oggi l'Unione perda anche la provincia di Genova, è che i Giordano, i Pecoraro e i Diliberto possano invece trarre da quello che è successo la lezione esattamente opposta: perdiamo consensi perché siamo troppo "governativi". Se fosse così, per Prodi sarebbero guai seri. D'Alema vede il rischio: "Certo, il pericolo che si generi un certo nervosismo esiste senz'altro. Sulle pensioni e sul Dpef potrebbero scaricarsi nuove tensioni. Io spero che non facciano questo errore, spero che non si facciano tentare dall'idea di "spostare più a sinistra l'asse di governo", come si usa dire. Non è di questo che c'è bisogno. C'è bisogno di assecondare la crescita, e di tarare l'azione del centrosinistra sull'idea di una vera e propria "ripartenza". Queste serve, mentre non servono nuovi conflitti. La gente vuole che il Paese sia governato. La gente è stufa dei casini...". Questa, al contrario delle precedenti, è una tipica "lezione italiana".

giovedì 3 maggio 2007

D'Alema: «La leadership del Pd si deve definire in funzione della guida del Paese»


Intervista di Fabio Marini - La Stampa

Dopo un anno trascorso nel candido, monumentale palazzo della Farnesina, il ministro degli Esteri Massimo D’Alema distilla uno dei suoi proverbiali paradossi: «Il nostro è un Paese che all’estero gode di un credito che non è percepito dagli italiani: il massimo del disprezzo per l’Italia è in Italia. Sulla scena internazionale giochiamo in serie A, abbiamo messo in sicurezza la politica energetica per i prossimi 20 anni, ma di tutto questo non c’è il minimo orgoglio: il dibattito interno è autodistruttivo, manca la consapevolezza di essere classe dirigente».

In queste ore si è accesa una polemica sulla Corte Costituzionale, organo rispettato ma storicamente non impermeabile alle pressioni politiche: condivide l’allarme lanciato dal giudice dimissionario?
«Io penso che se la Corte Costituzionale difende la propria indipendenza, è indipendente. Non ho mai fatto dichiarazioni per dire cosa debba fare la Corte o il Presidente della Repubblica perché questa è una cattiva abitudine. Ma non credo che la dichiarazione di un ministro possa ledere l’autonomia della Consulta che, nel corso della sua storia, è stata indipendente, ha dimostrato di essere un organismo di alta tutela e ha assunto decisioni anche coraggiose».

Non le è parsa poco istituzionale la forte critica del presidente della Camera all’istituto del referendum?
«Il referendum è uno strumento prezioso di partecipazione democratica. Ma è legittimo che si possa discutere su come viene usato il referendum. Anche per una piccola ragione: da un numero imprecisato di anni non si raggiunge il quorum e lo strumento ha finito per essere vanificato. Non sarei contrario ad una riforma che rafforzi lo strumento referendario sulla base di tre principii. Intanto la possibilità di istituire il referendum propositivo accanto a quello abrogativo che, nel tempo, si è prestato a tanti equivoci. E anche al paradosso di fare referendum abrogativi su una legge - quella elettorale - che non si può cancellare perché il Paese non può restarne senza. E dunque si è costretti a fare referendum che in realtà non abrogano».

Altri correttivi per rilanciare il referendum?
«Alzare in modo consistente la quota delle firme, per renderlo meno “facile”; ma anche abolire il quorum, per renderlo più incisivo, perché è troppo facile dire “non votiamo”, svuotando uno strumento di partecipazione democratica».

Questo referendum le piace?
«Rispetto questa iniziativa, ma auspico che si faccia una nuova legge elettorale, meglio se prima del referendum. La legge che abbiamo è pessima, ma il referendum, per le costrizioni nelle quali si muove, non risolve. In realtà l’intenzione giusta dei referendari rischia di non produrre gli effetti desiderati: si andrebbe incontro a due listoni senza preferenze, dando luogo soltanto a negoziati e spartizioni».

La legge elettorale di Massimo D’Alema?
«Un sistema limpidamente maggioritario che non cancelli le voci minori ma non le renda discriminanti ai fini della governabilità. Io preferisco il sistema uninominale a doppio turno. D’altro canto l’elezione del sindaco, tanto apprezzata in Italia, funziona così».

I giornali saranno spesso pettegoli, ma per la leadership del Partito democratico è tutto un fiorire di candidature e autocandidature. La fine di tante ipocrisie? O come nel primo miglio delle maratone gli outsider si mettono in luce prima di crollare alla distanza?
«Io penso che la politica dovrebbe essere in grado di dettare i tempi. Ciò detto, ho sentito la domanda sulla leadership fatta a Pierluigi Bersani. Lui ha risposto: “Al momento opportuno ci saremo tutti”. Titolo dei giornali: “Bersani: io sono candidato”. Prodi ha annunciato che allo scadere della legislatura considererà esaurito il suo mandato e dunque il problema della leadership del Pd verrà affrontato al momento opportuno».

Alcuni sostengono che il momento debba arrivare prestissimo...
«Io penso che il momento opportuno dista anni. E se vogliamo parlarne per anni, io non partecipo!».

Un leader incoronato subito, darebbe argomenti a chi vuole buttar giù il governo? Visto che il leader nuovo è già pronto...
«Io credo che leadership del Pd debba definirsi in funzione della guida del Paese e dunque in vista delle elezioni politiche. Che ci mettiamo noi a fare delle operazioni il cui effetto, magari non voluto, è quello di destabilizzare il quadro politico e spingere verso elezioni, mi sembra irragionevole».

In autunno sarà eletta l’Assemblea costituente e nella primavera 2008 nascerà il nuovo partito. E’ così?
«No. Il partito nascerà molto prima. Abbiamo previsto che in autunno si elegga attraverso una larga partecipazione popolare l’Assemblea costituente e una volta fatta quell’Assemblea, il partito è costituito. Anche perché l’opinione pubblica ha percepito i congressi Ds e Dl come dei momenti veri. Se noi torniamo in tv come Quercia e Margherita, l’italiano medio potrebbe restare scosso: ma come? Non avevate fatto il partito democratico? Anche nella transizione bisogna dare il senso di decisioni rapide e un contributo credo di averlo dato, non candidandomi a rifare il presidente dei Ds. Si tratta di trovare modalità per un percorso molto aperto, coinvolgente, rapido. Ciò che ci proporrà Piero Fassino nei prossimi giorni andrà in questa direzione».

Ma se il leader verrà eletto fra anni e con Prodi a Palazzo Chigi, il partito chi lo plasma? Un coordinatore?
«E’ chiaro che dovremo darci una struttura. Il partito democratico ha bisogno di una sua rappresentanza istituzionale e ce l’ha - i gruppi parlamentari, il governo - e di una struttura operativa che costruisca il partito con caratteri nuovi. Questo è un impegno fondamentale, che richiede un enorme lavoro per tutto il Paese. Serviranno dei responsabili e qualcuno che coordini questo lavoro».

Quando arriverà il momento della sfida per la leadership, perché Massimo D’Alema non dovrebbe essere della partita?
«Devo manifestare il mio grande fastidio verso il modo in cui si sta avviando il dibattito sulla leadership. Siamo l’unico Paese al mondo nel quale leadership è diventata una parolaccia, una specie di virus. La gente dice: “Ti sei preso la leadership?”. Io ho degli anticorpi e non prenderò questa malattia!».

Senza far nomi, Marco Tronchetti Provera ha accusato il gotha del governo di averlo danneggiato. Si sente chiamato in causa?
«Questo è un Paese nel quale tutti danno la colpa agli altri. Se il compito di noi politici è render conto del nostro operato e quando perdiamo le elezioni non possiamo dar la colpa agli imprenditori o ai giornalisti, così anche gli imprenditori devono render conto del loro operato di imprenditori».

Per un’azienda quotata in Borsa il silenzio dei politici più influenti non è un obbligo? Su Telecom non è stato così...
«Su Telecom non ho detto nulla, non ho partecipato a campagne, ho sempre avuto un rapporto corretto con Tronchetti Provera, non ho nulla da recriminare. Ma se posso dare a tutti un consiglio, nello stile del rispetto, suggerirei qualche intervista in meno».